La Tradizione Ermetica a Napoli

Quella che segue non vuole essere la storia completa ed approfondita della Tradizione ermetica di derivazione egizio alessandrina, che si sviluppò a Napoli. Altri hanno redatto storie più o meno documentate e dettagliate.
Il presente scritto vuole solo cercare di evidenziare e connotare quell’ambiente ermetico, dal quale trasse ispirazione e sviluppò la propria opera Giuliano Kremmerz.

 
LA TRADIZIONE EGIZIA GIUNGE A NAPOLI

Giuliano Kremmerz in “Il Ritorno” – La Scienza dei Magi – II Vol. – Ed. Mediterranee, p. 196 narra la leggenda di Mamo Rosar Amru.
“Chi fu Mamo Rosar Amru?
Non ne so la storia, racconto la leggenda.
Quando i sacerdoti iniziati dell’Egitto ebbero udita la Sfinge annunziare che la missione era finita, i maestri e i pontefici si separarono. Chi affrontò il deserto, chi il mare, chi si confuse nelle turbe delle grandi città.
L’ultimo dei pontefici di Iside si avviò alla foce del Nilo e vi si assise pensieroso sulla riva. Tutto era solitudine e silenzio.”
Qui Mamo Rosar Amru, dopo aver incontrato l’ “agubica” assira Myria, si imbarca.
Continua Kremmerz: “ Myria disparve. Era notte. Passò una nave con una fiaccola accesa, una barca si avvicinò alla sponda e un uomo gridò: ‘ Chi è colui che la dea ha destinato al passaggio del mare?’
Mamo si avanzò, discese nella barca e avvicinò la nave. Appena vi fu sopra, un vento dolcissimo gonfiò le vele, e la nave filò, come un genio l’avesse condotta per mano. Ma sulla costa della Campania una tempesta furiosa portò il naviglio a riva e Mamo toccò la terra delle sirene: Baia, Pesto, Puteoli, Partenope, Ercolano, Pompei, Stabia, accoglievano nell’incanto di un mare dalle sponde fiorite il lusso dell’opulenza latina. Si fermò a Pompei: Iside ebbe un tempio e riti sacrificali.”

Questa la leggenda di come la Tradizione Egizia giunse sulle coste della Campania.
Ma anche la storia concorda con la leggenda.

Riportiamo da Franco De Pascale in “Cagliostro e l’Italia. La nascita del Rito Egiziano”, pubblicato in Cagliostro – Il Maestro Sconosciuto – Marc Haven – Ed. Cambiamenti – p. 535: “In Campania, già fin dal 105 a.C. circa, abbiamo i templi di Iside a Pompei e a Pozzuoli, e già fin dall’80 a.C. – ai tempi di Silla – nella stessa Roma, secondo la testimonianza di Apuleio, si era costituito un collegio di Pastòfori, votati al culto isiaco. […] Di particolare interesse sarà per noi il trapiantarsi dei culti egizi, nella forma da essi assunta dall’epoca Alessandrina, nella regione campana e in particolar modo a Napoli e nelle zone costiere vesuviane. Certamente, questo è un fatto ben noto da moltissimo tempo agli storici. Meno noto, invece, è il fatto che, in realtà, si tratta del radicarsi, profondo ed efficace, di un’elevata influenza spirituale la quale, a prescindere dalle vicende storiche ed esteriori che determinarono il tramontare della religiosità classica antica e, spesso, l’estirpazione violenta dei suoi culti, riuscì a trasmettersi ininterrottamente nei secoli, ‘come fiamma che accende fiamma’ ad opera di jerofanti ed iniziati, costituenti un Collegium sacro, perpetuante nell’Arca Arcana della Tradizione quell’imperitura scienza dell’Iniziazione, ‘onde l’uom s’eterna’.

Notizie, tradizioni, talvolta leggende, tutte tramandate, oralmente, per secoli, all’interno di cerchie napoletane, parlano dell’immigrazione di un’intera colonia alessandrina di egiziani e di greci, trapiantatasi a Napoli nella zona dell’attuale Piazzetta Nilo, ove si formò il quartiere nominato per questo dai Romani Regio Nilensis. Questa colonia, recante con sé i propri usi, la propria religiosità e i propri culti, nel tempo andò assimilandosi alla locale popolazione di origine greco-italica. Ma, nonostante l’assimilazione etnica e la violenta dispersione dei culti pagani, avvenuta a partire dall’epoca costantiniana, secondo le suddette tradizioni – e anche secondo chi scrive – continuò occultamente a sussistere e a vivere l’anima o l’archetipo agente di quella comunità, operante sapienzialmente e magicamente a perpetuare l’arcano dell’Iniziazione.

[…] Può essere visto come una ‘segnatura’ d’un superiore destino il fatto che due personalità luminose, due grandi italiani: Giordano Bruno e Tommaso Campanella, compirono i loro studi giovanili, nei quali si formarono all’amore per la tradizione pitagorica e platonica, nel convento di S. Domenico Maggiore, situato nelle immediate adiacenze di Piazzetta Nilo, presso la quale si trovano altresì i palazzi gentilizi delle famiglie de’ Sangro e d’Aquino Caramanico, che somma importanza ebbero per quella aurea catena Hermetis che, nei millenni, ci ha trasmesso la sapienza egizia. La tradizione filosofica e sapienziale che, a partire dal Rinascimento, si era manifestata attraverso circoli, cenacoli, accademie – tra le quali, importantissima fu l’Accademia dei Segretidi Gian Battista della Porta – nel Settecento assunse forma anche massonica.

[…] Risale, infatti, al 1728 il sorgere a Napoli di un’officina che sarà d’importanza notevole nella storia della massoneria italiana in generale e di quella ‘egiziana’ in particolare: la Loggia ‘Perfetta Unione’. […] Stando a quanto ci è giunto per via della suddetta tradizione orale, fu proprio all’interno di quella Loggia che venne elaborata quella sintesi di Ermetismo Alessandrino e di Alchimia Rosicruciana, che si ritroverà nella dottrina, nei rituali e nella nomenclatura dei gradi del Rito di Misraim seu Aegypti. […]. Personalità preminente della Loggia ‘Perfetta Unione’ sarà Raimondo di Sangro, principe di Sansevero e duca di Torremaggiore (ove nacque nel 1710), figura luminosa d’iniziato rosicruciano, amico e discepolo del Conte di Saint-Germain.

[…] Ricerche accurate, svolte in archivi particolari, attestano la fondazione da parte del Principe Raimondo di Sangro di Sansevero di un Antiquus Ordo Aegypti, nel quale operò il Rito di Misraim seu Aegypti, il 10 dicembre 1747. […]

Ricerche fatte da vari studiosi in seguito a fortunati ritrovamenti, hanno dimostrato la formazione da parte del Principe di Sangro di una loggia segreta, ad indirizzo chiaramente ermetico e rosicruciano, chiamata ‘Rosa d’Ordine Magno’, loggia clandestina che si riuniva nel suo palazzo, e la connessione con la medesima, in quel periodo di persecuzione, del latitante ed esule barone di Tschoudy.”

L’importanza dell’incontro con il barone di Tschoudy va attribuita al fatto che questi portò all’interno della cerchia del di Sangro l’operatività alchemica, derivante da quella profonda tradizione ermetica, che vide come personalità di spicco l’ancora poco conosciuto Federico Gualdi, che visse tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700.

Questo ermetista, che abitò per alcuni anni a Venezia, pur vivendo alquanto isolato, ebbe numerosi contatti con studiosi di varia provenienza ed era circondato da pochi discepoli.
Tra di loro è da segnalare Francesco Maria Santinelli, che fu autore, sotto lo pseudonimo di Fra Marcantonio Crassellame Chinese, di un’ode, dal titolo Lux Obnubilata, nella quale indicava il significato e l’operatività della Grande Opera Alchemica.
Tale scritto ricalcava in modo preciso l’opera di Federico Gualdi dal titolo Philosophia Hermetica.
In tale opera il Gualdi, che si ritiene facesse parte o addirittura fosse a capo della Confraternita dell’Aurea Rosacroce,  presenta in forma di ode l’intera Opera Ermetica, dimostrando non solo una conoscenza teorica dei principi alchimici, ma evidenziando anche un’esperienza pratica.
Francesco Maria Santinelli, discepolo del Gualdi, ebbe contatti con ambienti ermetici di Napoli alla fine del 17° secolo.
Successivamente il barone di Tschoudy, nel fondare nel 1766 una Loggia di stretta osservanza ermetica, L’Etoile Flamboyante, aggiunse agli Statuti di questa Loggia un Catechismo e un’Ode Alchemica, che ricalca completamente la Lux Obnubilata del Santinelliche a sua volta era pressochè identica alla Philosophia Hermetica del Gualdi.
Sembra quindi ormai accertato che l’operatività alchemica del Gualdi, attraverso il Santinelli e lo Tschoudy, venne ad integrare gli insegnamenti presenti all’interno della cerchia ermetica egizia napoletana di Raimondo di Sangro.
Considerata l’importanza del Principe Raimondo di Sangro per la Tradizione Ermetica di derivazione Egizia che si sviluppò a Napoli, cerchiamo di delinearne la figura e l’opera.

LA FAMIGLIA DI RAIMONDO DI SANGRO E LA TRADIZIONE

Per inquadrare bene l’opera del Principe è necessario evidenziare come egli appartenesse ad una Famiglia nella quale si erano concentrate diverse espressioni della Tradizione Unica.
In Raimondo di Sangro si trova infatti accentrata la Sapienza Iniziatica derivante da antiche forme della Tradizione.
Oltre a raccogliere l’eredità della Tradizione Egizia presente nel Quartiere Nilo di Napoli, ove erano ubicati il Palazzo di famiglia e Tempio della Pietà, egli era di stirpe Carolingia ed apparteneva alla stirpe della Casata dei Duchi di Borgogna ed in questa Casata, come scrive L. Sansone Vagni – Raimondo di Sangro Principe di Sansevero – Ed Bastogi, p. 4 :”ci saranno altri due notevoli personaggi, che condizioneranno la linea spirituale ed esoterica dei neo-Conti dei Marsi, futuri Principi di Sangro, e metteranno un’ipoteca iniziatica, nel tempo, per la costituzione di un Centro di potere occulto nel feudo di S. Severo in Puglia.”

Il primo fu S. Benedetto, che fondò l’Ordine Benedettino, e che può essere a buona ragione considerato in gran parte il salvatore ed il diffusore della tradizione e della civiltà occidentale. I suoi monaci amanuensi consentirono che le opere più significative dei grandi filosofi e pensatori greci e romani si mantenessero integre e si trasmettessero ai posteri.
Furono così trasmesse alle generazioni future testimonianze sul pensiero filosofico precedente al Cristianesimo.
Nella Famiglia dei di Sangro vi furono numerosi Benedettini: le Casate dei di Sangro e dei Marsi ebbero legami stretti con l’Ordine di S. Benedetto.
Ma questa Famiglia era legata per discendenza anche a San Bernardo di Clairvaux o di Chiaravalle.
Tale grande figura sarà determinante per la costituzione dell’Ordo Templi – l’Ordine del Tempio. Questo Ordine prende il nome dal Tempio di Salomone a Gerusalemme, dove si stabilirono i primi nove Cavalieri Templari.
Fu San Bernardo e l’Ordine Cistercense che rinnovarono il legame con il passato, salvando testi antichi in lingua greca, siriana, caldea, latina, ebraica.

Ecco come nella Famiglia dei di Sangro e nelle mani del Principe Raimondo si era venuta ad accentrare la sintesi di vari aspetti della Tradizione Unica, dalla Tradizione Egizia Alessandrina di Piazzetta Nilo – ove egli aveva il suo Palazzo e dove fu edificato il Tempio della Pietà – alla Tradizione trasmessa dai  Benedettini e dai Templari, per trasmissione familiare.
Inoltre a Raimondo di Sangro giunsero anche gli insegnamenti alchemici, di origine rosicruciana, del Gualdi, giuntigli attraverso il Santinelli e lo Tschoudy.

LE OPERE E GLI INSEGNAMENTI DI RAIMONDO DI SANGRO

Per delineare, anche solo sommariamente, l’importanza di Raimondo di Sangro esaminiamo brevemente le sue opere, che denotano una profonda conoscenza della Tradizione Ermetica e dell’Arte Alchemica, anche se mascherate da veli a volte anche molto trasparenti.

1748–1749: “SERIE DI LETTERE SUCCESSIVAMENTE INDIRIZZATE AD UN LIBERO PENSATORE, o sia, Spirito Forte per convincerlo con salde prove, e fino all’evidenza della necessità, che ha qualsiasi più ostinato Ateo d’osservare una buona e perfetta morale non solo ne’ costumi, ma ne’ pensieri ancora”.

Di tale opera, manoscritto inedito difficilmente reperibile, riportiamo un riassunto–commento tratto da L. Sansone Vagni – Raimondo di Sangro Principe di Sansevero – cit., p.70: “In tale Opera inedita del Principe si argomentava su un passaggio molto critico ed importante della Via che l’Iniziato deve percorrere per pervenire alla Conoscenza: è il momento del Caos, è il momento in cui il Miste ha bisogno del maggiore aiuto per uscire da un vero inferno. È il momento dei dubbi, delle paure, delle sofferenze ed il Maestro, come un buon Padre, dà i suoi consigli per superare nel migliore dei modi il terribile empasse iniziatico, fonte di errori per lo spirito debole e non ben preparato ad affrontarli. ‘Purità di cuore’ , ‘purità di pensieri’ è il Segreto Arcano ch’egli indica, qualità indispensabili per avvicinarsi alla Grande Opera Alchemica. […] Ma il vero pericolo non è intorno a noi, anche se sembra che l’Inferno abbia spalancato tutte le sue bocche sotto i nostri piedi per dannarci ed impedirci di proseguire sulla Via della Luce: il vero pericolo siamo solo noi, ancora molto attaccati alle lusinghe terrene, poco sinceri anche verso noi stessi e poco disponibili a donare tutto il nostro cuore, tutti i nostri pensieri alla Divinità. Più il cammino è spaventoso e arduo, più dobbiamo guardare con profonda sincerità entro la nostra coscienza: sicuramente vi troveremo la risposta, la causa di tutte le nostre ambasce e persecuzioni che dovremo subire. In tal caso dobbiamo prendercela solo con noi stessi, con il proprio ego e con le nostre imperfezioni terrene. Ecco dunque l’amorosa esortazione del Principe a comprendere, invitandoci ad andare avanti secondi i giusti canoni dell’etica morale, che ogni buon Iniziato deve osservare, se vuol proseguire nel Cammino della Luce e non in quello delle Tenebre. […] Egli completerà [tale argomento] in una delle prime tappe del Cammino Iniziatico nel suo Tempio della Pietà, interpretando magistralmente questo pensiero nella composizione del Monumento dedicato all’‘Educazione’. “

 

1749–1750: “VERA CAGIONE PRODUCITRICE DELLA LUCE. Del nuovo pensamento da lui promosso intorno alla Vera cagione producitrice della luce, con le regole ben ordinate del quale pianamente e con chiarezza spiegati sono i più difficili Fenomeni.”
Quest’Opera è probabilmente rimasta manoscritta  e se ne possono trarre delle indicazioni sul contenuto, da quanti hanno potuto riassumerne i principi fondamentali. In particolare riportiamo sempre da L. Sansone Vagni – Raimondo di Sangro Principe di Sansevero – cit., p.72 il seguente commento: “Chiaramente in essa il Principe si riferisce all’Illuminazione filosofica, una sorta di scoperta alchemica che avrebbe poi portato, di lì ad un paio d’anni più tardi, alla realizzazione, da parte dell’Autore, del ‘Lume Filosofico’ o ‘eterno’ che dir si voglia, e che doveva trovar ‘posto’ nella Camera dolmenica o Tempietto sotterraneo nel Tempio della Pietas.”

1750–1751: “LETTERA APOLOGETICA dell’Esercitato, Accademico delle Crusca, contenente la difesa del libro intitolato Lettere d’una Peruana. Per rispetto alla supposizione de’ Quipu, scritta alla Duchessa di S…. e dalla medesima fatta pubblicare.”
Questa è una delle Opere più importanti, sotto il profilo alchemico ed iniziatico del Principe.
Sul frontespizio vi è il suo motto stampato, motto che indica la natura più profonda del Principe: “Vir Mirus, ad omnia natus, Quoecumque auderet”. “Uomo meraviglioso, strano, sorprendente, nato per osare in ogni cosa.”
In tale epoca erano presenti nelle Americhe i Gesuiti, che vi erano giunti al seguito dei conquistatori spagnoli. Il Principe di Sansevero trarrà ispirazione per approfondimenti iniziatici dalle usanze delle popolazioni da poco incontrate e riportate in alcuni testi, tra l’altro condannati dalla Chiesa. In particolare fu attratto dai Quipu, un sistema simbolico di ‘scrittura’ mediante cordicelle colorate annodate. Gli ‘zelanti sacerdoti’ di quell’epoca bruciarono e distrussero gli archivi dei Quipu, considerati ‘Libri del Diavolo’, smaniosi di cancellare ogni possibile traccia di idolatria. È proprio ai Quipu di grado superiore che il Principe dedicherà parte della sua Lettera Apologetica, difendendone la profonda validità.

Aprile 1753: “LETTERE DEL SIGNOR D. RAIMONDO DI SANGRO  Principe di San Severo di Napoli sopra alcune scoperte chimiche indirizzate al Signore Cavaliere Giovanni Giraldi Fiorentino e riportate ancora nelle Novelle Letterarie di Firenze del MDCCLIII”.
Le 7 Lettere, che relazionano sulla scoperta del Lume Eterno, sono state quasi sempre considerate come la descrizione di una incredibile e fantasiosa invenzione del di Sangro.
Ma tali Lettere, esaminate con attenzione e cum grano salis di sapienza ermetica, dimostrano essere un modo per esprimere, in termini mascherati e non attaccabili dalla Chiesa, la Tradizione e l’operatività ermetica ed alchimica.
Con il Lume Eterno il Principe voleva indicare la Luce, quella Luce in cui l’Uomo può trovare il Principio di Vita, che eternamente e senza fine si trasmette e si alimenta.
Nella Terza Lettera il Principe di Sangro descrive anche il suo progetto di ampliamento del Tempio della Pietas, intendendo edificare a lato, sotto il piano di costruzione della Chiesa, un Tempietto Ovale.
“Questo Tempietto sarà di figura ovale, mostrerà di essere scavato in una rocca, e prenderà bastantissimo lume da una Cupola, nella quale saranno aperte alcune finestre.”
È interessante far notare che il Tempietto avrà una forma ovale, una forma ad ‘ovo’, richiamando così il simbolo ermetico dell’Uovo: involucro universale della vita cosmica, che contiene il pensiero e la materia.
Ricordiamo il primo aforisma del Kremmerz:  “Uno il Mondo, Uno l’Uomo, Uno l’Uovo”.

 

Agosto 1753: “SUPLICA DI RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SAN SEVERO Umiliata alla Santità di Benedetto XIV Pontefice Ottimo Massimo – in difesa e rischiaramento della sua Lettera Apologetica sul proposito de’ Quipu de’ Peruani.”
La Lettera Apologetica, di cui abbiamo parlato in precedenza, fu messa all’Indice da parte del Sant’Uffizio. In quell’epoca tale sanzione era gravissima per un ‘Figlio della Chiesa’ come era sempre stato considerato Don Raimondo e la sua Stirpe. Ciò lo rendeva come un appestato nei confronti della collettività. Per non rendere difficile la propria posizione in seno alla società in cui si trovava ad operare, il Principe compone questa SUPPLICA al Pontefice. In essa don Raimondo usa un linguaggio con il quale può giocare sul significato manifesto e nascosto delle parole, delle frasi e delle intenzioni. Ad un attento esame anche questa risulta un’opera che comunica, sotto un velo, dei principi emetici.
Inoltre, pur scrivendo al Papa e mostrando una apparente supplica, il testo inizia con un IO gigantesco, ornato e fregiato: egli, nonostante la Supplica, mostra una forza morale, che non intende piegarsi ad autorità esterne.
Inoltre sul frontespizio è rappresentata una Sfinge con un basamento, nel quale è inciso il motto Implexa Explicat, cioè l’ Intreccio Spiegato. È strana questa incisione per un testo che doveva servire come difesa contro il sospetto che l’Apologetica fosse stata redatta in Maligno Gergo, come veniva anche chiamato l’Ermetismo.

IL TEMPIO DELLA PIETA’ O PIETAS

Questa Opera dei di Sangro va considerata come una Dimora Filosofale, analogamente alle Cattedrali Gotiche, veri Libri di Pietra, nei quali era racchiusa la Tradizione Ermetica.
Conviene iniziare dall’ubicazione del Tempio, si badi bene non Cappella. Oggi viene chiamato Cappella da coloro che non hanno inteso ciò che in esso è racchiuso.
Il nome “empio della Pietà” era stata assegnato dagli avi del Principe Raimondo di Sangro. Infatti, il Duca GiovanFrancesco ed il Patriarca di Alessandria, Alessandro, erano stati i primi costruttori del tempio e tutta la SAPIENZA e l’ORO si deve a loro.
La casata dei di Sangro era depositaria, come abbiamo visto precedentemente, di alcune forme della Tradizione e i suoi membri sapevano bene come e dove ubicare una costruzione con finalità iniziatiche.
Nel luogo di Napoli ove sorge il Tempio della Pietà non solo viveva in età classica, come già ricordato, una colonia di egizi alessandrini, ma era ubicato anche un grande Tempio dedicato alla Dea Iside.
Riportiamo dall’Opera Napoli Greco-Romana di Bartolomeo Capasso – ried. del 1912 a cura del Comune di Napoli – pp. 45-46: “La strada (Via Mezzocannone), che abbiamo percorso tra la Porta Ventosa e il decumano inferiore, fu detta il Vico degli Alessandrini. Questi che pei loro commerci frequentavano già la Città di Napoli, crebbero assai di numero ai tempi di Nerone; poiché quell’Imperatore, godendo assai delle loro ben modulate adulazioni, ne fece venire molti altri: così formarono in questa città quasi una piccola colonia, e la regione che essi abitarono fu detta Nilense dal nome del fiume benefico della madre patria. E qui si trova il monumento eretto al gran fiume, che è rappresentato nella figura di un vecchio sdraiato ed appoggiato col sinistro lato ad un rozzo sasso, donde sgorga acqua.”
Scrive L. Sansone Vagni – Raimondo di Sangro Principe di Sansevero – cit., p. 417: “Se consideriamo che il Tempio isiaco era a lato del Nume, ne deduciamo che doveva essere un Tempio imponente, pari all’importanza della Divinità a cui era dedicato. Esso ricopriva tutta l’area oggi occupata dal Palazzo Corigliano o di Sangro dei Duchi di Vietri e dal palazzo dei di Sangro di San Severo.  […] La parte di esso più sacra ed inaccessibile ai profani si trovava proprio nel luogo ove poi, secoli più tardi, sorgerà il Tempio della Pietà dei di Sangro. Sito più che opportuno perché proprio sotto la Chiesa scorreva e scorre quell’acqua tanto necessaria ai bagni di purificazione dei Misti e che anche il Capasso pone giusto nel retro del Tempio isiaco. È da notare che proprio con gli Alessandrini la Scienza dei Misteri toccò il suo apice ed essi furono, così, dei capiscuola per tutti i movimenti esoterici e filosofici del mondo. Possiamo dunque immaginare con quale Scienza di Costruttori il Tempio fu edificato, cioè nel ‘punto’ e nel ‘Centro’ più adatto. I di Sangro, anch’essi Maestri di Conoscenza se non di Sapienza – per la tradizione iniziatica che è retaggio ‘naturale’ di certe classi di potere – cominceranno, tra la fine del XVI sec. e l’inizio del XVII, la costruzione del loro Tempio e, coincidenza non del tutto casuale, sarà proprio il ‘Patriarca di Alessandria’, Alessandro, a dare corpo a queste Antiche Tradizioni esoteriche.

Il Tempio della Pietà, dunque, fu edificato qui, proprio sugli avanzi della parte più segreta del Tempio Egiziodedicato a Iside e ai suoi Misteri. Tuttavia, vogliamo ribadire che non fu Don Raimondo a profondere l’Oro nel suo Tempio gentilizio ma, al contrario, furono proprio i suoi predecessori a farlo.

Il suo merito è che questo Oro Alchemico ‘nascosto’ fosse da lui portato alla conoscenza di un vasto pubblico affinché ne approfittasse per leggere il ‘Libro di Pietra’, illustrato attraverso i suoi Monumenti. Il Tempio della Pietà veniva aperto al pubblico in alcuni particolari giorni dell’anno: quello dei Defunti e quello dell’Assunta. In tutto ciò che aveva progettato e realizzato il Principe – così come fa un amorevole padre per i suoi Figli meno fortunati – era chiara l’intenzione di ‘scoprire’ e non ‘velare’ i ‘Misteri.”
Quindi, l’Opera del Principe fu quella di raccogliere la Tradizione che era giunta nelle sue mani, attraverso la sua Famiglia, ‘ripulirla’ e renderla accessibile a tutti gli Uomini che avessero la volontà, la capacità e la purezza per avvicinarsi ad essa.
Definita la scelta del luogo, vediamo ora di comprendere la scelta del nome: il Tempio della Pietà, definito dal popolo ‘Pietatella’.

Riportiamo sempre da L. Sansone Vagni – Raimondo di Sangro Principe di Sansevero – cit., p. 421: “La Pietà, in latino PIETAS (pius = pio) è la Virtù di chi è pio cioè dimostra sensi di amore e di venerazione verso i genitori (e Avi, nel caso della ‘Pietatella’) e la Patria. I Romani veneravano la PIETAS come una dea dedicandole due Templi, uno nel Circus Flaminius e uno nel Forum Citorium. 
Il Cristianesimo ne estese il significato ai rapporti verso Dio e verso il prossimo, comprendendovi anche il sentimento della ‘compassione’.
Nella religione, invece, la PIETA’ è uno dei 7 doni dello Spirito Santo, per il quale si sviluppa e perfeziona la Virtù della Giustizia.”
La Giustizia non può che richiamare alla mente la figura della Maat Egizia.
È di notevole importanza quanto scritto in latino sull’architrave della porta d’accesso. Ne riportiamo la traduzione in italiano: “O viandante, chiunque sia tu cittadino o straniero, che entri quale ospite, il simulacro della Regina della Pietà, già da anni prodigioso, adora reverente, e il Tempio gentilizio da tempo consacrato alla Vergine e da Raimondo di Sangro Principe di San Severo, per la maggior gloria degli Avi e per conservare all’immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nei sepolcri, fu maestosamente amplificato nell’anno MDCCLXVII [1767]. Osserva con occhi attenti da studioso, e con venerazione, le ossa degli eroi onuste di gloria, contempla il culto della Madre di Dio e il valore dell’opera e la giustizia resa ai defunti e, quando avrai reso gli onori dovuti, profondamente rifletti su te stesso e allontanati.
Non è possibile, in questa sede, esaminare approfonditamente tutti i Monumenti ed i significati dei punti del Cammino Iniziatico. Indicheremo solo alcuni degli aspetti più significativi, lasciando al sagace lettore l’approfondimento di quanto indicato nel percorso iniziatico.

Prima tappa: L’Amor Divino. Il Soffio celeste, che animerà il ‘fango’ dell’uomo.

Seconda tappa: L’Educazione. L’apprendimento, che implica una rigida disciplina, alla quale deve sottostare  il bambino-iniziato.

Terza tappa: Il Dominio di se stesso. Vi è rappresentato un uomo che cerca di tenere a bada un leone.

Quarta tappa: La Sincerità. L’uomo non deve barare con se stesso. Se mentiamo a noi stessi non vi è più via d’uscita.

Quinta tappa: Il Disinganno delle cose mondane. Il Monumento è chiamato dal popolo anche ‘Il Pescatore’. Qui si catturano le anime pronte, mentre si rigettano quelle non pure e non preparate.

Sesta tappa: La Pudicizia. È rappresentata la Grande Madre, la Luna. Essa ha tra le mani tralci di rose; richiama la ‘Rosa Mistica’. Essa è ricoperta di Veli.

Settima tappa: La Soavità del giogo maritale. Ai piedi della statua un paffuto putto gioca con un Pellicano.

Ottava tappa: Lo Zelo . Vi è rappresentato un saggio vegliardo, un Adepto, un Magister, con barba fluente ed ampi panneggi. Egli solleva una lucerna a tre becchi.

Nona tappa: La Liberalità. È rappresentata una figura efebica, di incerta sessualità, che regge una cornucopia traboccante di oro e gemme, mentre ai suoi piedi è posta un’Aquila.

Decima tappa: Il Decoro. Un giovinetto androgino con pelle di leone ai fianchi. La pelle dell’’animalis homo’ pende dai suoi fianchi.

Moltissimo ci sarebbe da dire su questo Tempio e sull’Oro e sull’Insegnamento, che esso racchiude, ma ci fermiamo qui, non senza un sentimento di gratitudine per il Principe Raimondo di Sangro, che ci ha lasciato tale testimonianza.

I successori di Raimondo di Sangro

Uno dei più importanti anelli di congiunzione tra la Tradizione Ermetica Egizia Napoletana del secolo 18° e 19° fu l’avvocato e letterato Domenico Bocchini.
Egli frequentò fin da giovane il sodalizio dei fratelli Antonio e Domenico de Gennaro, con l’apporto di Francesco Mario Pagano. Di esso facevano parte  alcuni nobili napoletani vicini al Rito Egizio ed alle conoscenze ermetiche derivate dalla Loggia “Perfetta Unione” di Vincenzo di Sangro.
Domenico Bocchini fece confluire in una struttura iniziatica il deposito sapienziale derivante dalla Loggia del Principe di Sangro e le proprie esperienze in campo ermetico.
La veste essoterica di tale progetto venne rappresentata dal periodico Geronta Sebezio. Nel frontespizio di tale rivista, che apparve negli anni 1835–1837 egli si fece rappresentare in Piazzetta Nilo a Napoli, luogo ove era ospitato il quartiere egizio-alessandrino prima ed il Palazzo dei di Sangro poi.
Sotto l’apparente verbosità ed enfasi delle pagine del suo Geronta Sebezio, scopriamo un  tentativo di far conoscere l’esistenza di un Mondo sotterraneo ed astrale, depositario di antiche conoscenze, queste ultime riservate solo a pochi meritevoli.
Riportiamo il seguente Sonetto, nel quale, al di là della difficoltà del gergo, egli esprime come le verità sacre dovevano essere comprese solo da chi avesse sviluppato l’intelligenza ermetica, penetrando oltre le parole stesse, mentre la razionalità volgare non poteva penetrare al di là di esse.
In esso si richiamano anche le tre scritture dell’egizio antico: demotico, ieratico e geroglifico, cioè scrittura del sacro.

Sonetto
Erano tre i parlari nel vetusto.
Demotico era il primo:
Era il secondo Hieratico appellato; o pur giocondo:
Il terzo in Geroglifi avea l’augusto.
Col proto il volgo vi trovava il gusto,
Da tutt’inteso: e v’era anche il profondo
Retorico del Foro, ed il facondo
Dell’Oratoria in dir grave, e robusto.
Nell’altro v’era il Sacro: cui la Plebe
Comprender non dovea: nata al servaggio,
E coll’aratro a spappolar le glebe.
Ma nelle cifre poi …  non sono note
Svegliano solo alla mente del Saggio
L’ideografia fra varii cerchi  rote.

Fra i pochi meritevoli, che frequentavano il Bocchini, va certamente annoverato Filippo Lebano, padre del più famoso Giustiniano Lebano.
Si può asserire che Domenico Bocchini tentò di avviare una ristretta cerchia iniziatica, che avrebbe avuto il compito di tramandare ai posteri l’intero e multiforme deposito di conoscenze ermetiche acquisite nel corso degli anni.
Questo ristretto gruppo formò l’embrione del futuro Ordine Osirideo Egizio, depositario della tradizione ammonia e del quale sarebbe stato massimo artefice ed ispiratore Giustiniano Lebano, il Maestro Sairitis Hus (1832 – 1910).

Domenico Bocchini moriva a Caserta il 14 maggio 1840 all’età di 65 anni.

La vicinanza di Giustiniano Lebano alla famiglia del defunto Domenico Bocchini, del quale sposò la nipote Virginia nel maggio 1864, favorì nel 1853 il suo ingresso nella Loggia partenopea di Rito Egizio denominata “Folgore”, che si riuniva in segreto presso la villa del principe Capecelatro a San Paolo Belsito, non lontano da Nola.
Gistiniano Lebano, che ereditò il lascito ermetico di Domenico Bocchini, cercò di ravvivare, assieme ad altri ermetisti, quali Gaetano Petriccione, Antonio Pasquale De Santis, Giuseppe Fiorelli, Giuseppe Ricciardi, Domenico Angherà, la tradizione ermetica di origine egizia alessandrina, dando origine al Grande Oriente Egizio.
La Massoneria Egizia rappresentò solo la veste essoterica esteriore di un ristrettissimo gruppo di iniziati, che si dedicavano allo studio ed alla realizzazione della Grande Opera, eredi di quelle alte conoscenze ammonie, derivate dalla Loggia “Perfetta Unione” e giunte a Domenico Bocchini.
Tra le diverse opere di Giustiniano Lebano, va ricordato l’Inno alla Verità, preso dal Proemio del libro Il cielo Urbico, cantica sul modello dei carmi orfeici, omerici e sibillini, Napoli 1896, e che fu pubblicato nel 5° Fascicolo del Mondo Secreto del 1899 – Vedi ristampa integrale del Mondo Secreto – Ed. Rebis, 1982 – II Vol. p. 213. In tale Inno, scritto in un linguaggio volutamente di difficile comprensione, egli sottolinea la necessità che la Verità sia mantenuta protetta dal volgo e dai profani. L’Inno inizia così:

“Lungi, o Profani. Questo carme mio
Non è per voi. Che dentro al templo arcano
Si slancia l’estro sacro in seno a Dio.”

È giusto e necessario che le verità sacre della Tradizione siano mantenute protette da profanazioni del volgo, ma è altrettanto giusto sottolineare che la Verità non è proprietà di qualcuno e deve perciò essere data la possibilità a chi ne è degno di accedere ad essa, con un costante lavoro su di sé. La vera aristocrazia deve essere conquistata da chi ne ha la virtù morale e non può essere solo una dote ereditaria di Casate o di cerchie ristrette.
Giustiniano Lebano nei suoi scritti cercò sempre di spingere lo studioso a penetrare il significato occulto dei vocaboli e delle terminologie con cui furono scritti i testi classici.
Riportiamo, a questo proposito, alcuni brani tratti dal suo scritto Del Mistero e dell’Iniziatura, pubblicato nei Fascicoli 9° e 10° del Mondo Secreto del 1899 – Vedi ristampa integrale del Mondo Secreto – cit., 1982 – II Vol.- p. 401 e succ., dai quali si evidenzia la necessità di cogliere il senso nascosto e profondo degli ‘antichi parlari’ e l’importanza di Napoli, come centro dell’espressione ermetica mediterranea della Tradizione: “La moda di tutti i letterati era il parlar Grajo-Mistico, ed a mio giudizio ragione fu che decadde la Romana letteratura, e la vera eloquenza. Ognuno conosce che ogni tratto di eloquenza deve contenere tre belli insieme, quali si debbono attingere dal seno della natura, dell’intelletto e della immaginazione. L’eloquenza nasce con l’uomo – le passioni ed i bisogni la perfezionano, e poi la fanno di nuovo ricadere. […] Fra tutte le lingue fu sempre la latina la più maestosa, e dignitosa. […] La voce Otiosus è pimandria triuna – O THEO OSIOS – che vale Hic Deus Sanctus vel justus. E da Otiosus venne Otium il pacifico retaggio degli Ermegeni Divini, e delle Sirene, e perciò Napoli soggiorno di Numi fu chiamata Otiosa.”
Nel 1873 l’intero archivio del Grande Oriente Egizio fu trasferito in Villa Lebano a Boscotrecase, sotto la custodia dello stesso Giustiniano Lebano, Sairitis Hus.
Presso la propria villa, egli riuniva un gruppo di ermetisti, probabilmente quei Dodici Vecchi Maestri ai quali successivamente Giuliano Kremmerz sottoporrà l’approvazione del progetto per una Schola Ermetica.
Uno dei personaggi chiave del Sinedrio Ammonio fu certamente Pasquale De Servis, tradizionalmente noto con lo jeronimo di Izar Bne Escur, maestro ed iniziatore di Giuliano Kremmerz.
Pasquale De Servis, Izar, si trasferì in un appartamento nel palazzo della Signora Argano, madre di Ciro Formisano, il futuro Giuliano Kremmerz.
Il De Servis, assieme a Giustiniano Lebano, si dedicò alla riorganizzazione del rito massonico-ermetico di origine egizia.
Questo fu l’ambiente nel quale si formò la personalità iniziatica di Ciro Formisano, che portò avanti ed incarnò la Tradizione Ermetica con il nome di Giuliano Kremmerz.
Come si può cogliere da questa breve esposizione e da altre storie della Tradizione Ermetica Napoletana, l’ambiente in cui si sviluppò e tramandò il deposito iniziatico era estremamente riservato, selettivo, aristocratico e vedeva nel volgo un pericolo di divulgazione e di profanazione delle Sacre Verità.

FDA

Tratto:
http://www.accademiehermetichekremmerzianeunite.org/archivio/FDA/latradizionenapoli.php