Giordano Bruno e la Massoneria scozzese.

Il 16 giugno 1566 Bruno, poco più che diciassettenne, entra come novizio assumendo il nome di Giordano nel convento domenicano di S. Domenico Maggiore a Napoli, noto per l’alto livello dell’insegnamento universitario che vi era impartito. L’entrata in convento gli permette, quindi, di seguire un regolare corso di studi; tra gli anni 1566-1570 frequenta i corsi di retorica, dialettica, metafisica e filosofia naturale, mentre gli anni 1570-1575 saranno dedicati allo studio della teologia, disciplina in cui perverrà alla laurea nel luglio del 1575. Ampie sono anche le letture effettuate durante il periodo conventuale, favorite dalla ricchezza dei fondi della biblioteca annessa a S. Domenico Maggiore e concentrate in primo luogo sulle opere di Aristotele e dei grandi maestri domenicani, in primo luogo Tommaso d’Aquino, che proprio a S. Domenico Maggiore aveva insegnato ed abitato nell’ultimo periodo della sua vita.
Gli undici anni trascorsi in convento sono però anche anni di profonda inquietudine interiore, caratterizzati da dubbi dottrinali in particolare sul culto dei santi e sul dogma della Trinità, tensioni con i superiori ed infrazioni disciplinari. Agli inizi del 1576 il provinciale domenicano avvia un processo nei confronti di Bruno, che nel mese di febbraio si reca a Roma per chiarire la propria posizione con il procuratore dell’Ordine. Nel venire però a sapere che le accuse a suo carico si vanno aggravando anche in seguito al ritrovamento a Napoli di alcuni suoi volumi di opere di Padri della Chiesa commentati da Erasmo da Rotterdam (1466-1536), autore caro a Bruno, ma la cui lettura era fermamente condannata dalla Chiesa matura la decisione di fuggire da Roma e di deporre l’abito religioso. E’ questo l’inizio della lunga peregrinazione che condurrà il filosofo nolano in buona parte dell’Italia e dell’Europa.
Storia della Massoneria 5. La figura di Giordano Bruno rappresenta un primo legame diretto fra l’Italia e la Massoneria. Il monaco ribelle risulta esserne uno dei principali ispiratori sul piano filosofico.
Giorgio Amico
Giordano Bruno e la Massoneria scozzese.
La Massoneria italiana ha sempre rivendicato un legame strettissimo con la figura di Giordano Bruno, celebrato come martire del libero pensiero e vittima sacrificale della politica oscurantista e reazionaria della chiesa cattolica e del papato.
Emblematica in questo senso è la storia della statua di Giordano Bruno a Roma. Una prima statua fu eretta durante la repubblica romana del 1849, ma ebbe vita breve. Fu distrutta pochi mesi dopo, non appena tornato sul soglio pontificio Pio IX.
Il monumento a Giordano Bruno
Nel 1885 (quindi ben 15 anni dopo la liberazione di Roma dal giogo pontificio) fu formato un comitato per la costruzione di un monumento al monaco ribelle, cui aderirono le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, George Ibsen, Giovanni Bovio, Herbert Spencer e molti altri. La battaglia fu dura e lunga. Il consiglio comunale, controllato da una maggioranza filo-clericale, si oppose in ogni modo, tanto che la questione divenne il simbolo della lotta del libero pensiero contro l’oscurantismo e una sfida alla Chiesa e al papa.
La situazione si sbloccò solo dopo le elezioni amministrative del giugno 1888, con l’entrata in Consiglio comunale di una nutrita rappresentanza della sinistra radicale e repubblicana, tra cui il Ettore Ferrari, che sarà poi l’artefice del monumento (e che nel 1904 sarà eletto Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia).
La statua fu inaugurata il 9 giugno 1889, in quel Campo de’ Fiori dove era arso il rogo, con la partecipazione di un’immensa folla festante. Una storia travagliata, ma non ancora conclusa. Al tempo dei Patti Lateranensi (1929) si parlò di forti pressioni vaticane perché la statua fosse demolita come segno di “riconciliazione” fra le due Italie, quella laica e quella cattolica. Ma alla fine non ne se fece nulla e il regime si limitò a vietare ogni forma pubblica di commemorazione e di omaggio alla figura del martire.
Giordano Bruno simbolo identitario
Dunque per la Massoneria italiana fin dal suoi inizi post-unitari Giordano Bruno rappresentò il simbolo identitario per eccellenza. Parliamo del Grande Oriente d’Italia, perché l’Obbedienza di Piazza del Gesù (e successive filiazioni), nata dalla scissione del 1908 su posizioni filo-cattoliche e conservatrici, si mostrò sempre molto tiepida sulla questione sia prima che dopo l’avvento del fascismo che (nella figura del suo Gran Maestro Raoul Palermi e di molti suoi dignitari) sostenne attivamente fino al momento del suo scioglimento nel 1925.
Ma quello che è stato celebrato più che il pensiero di Giordano Bruno, è il suo rifiuto della sottomissione, l’essere cioè un simbolo luminoso della libertà di pensiero, della volontà dell’uomo a lottare in difesa delle proprie idee. Il tutto con venture anticlericali più o meno accentuate a seconda dei periodi storici. Fortissime nel periodo giolittiano, avvertibili ancora fino agli anni sessanta, pressoché scomparse oggi.
Molto minore, invece, allora e oggi, l’interesse per il pensiero bruniano nella sua essenza filosofica e per gli influssi profondi che esso esercitò su quella generazione di intellettuali inglesi che a cavallo fra la metà del Seicento e gli inizi del Settecento si attivarono per la nascita della moderna Massoneria speculativa sulle basi di ciò che restava della vecchia libera muratoria operativa di epoca medievale.
Gli studi di Frances Yates
 
Come è spesso accaduto per la storia della Massoneria anche in questo caso il cambiamento di prospettiva non fu interno all’Istituzione, ma esterno, interamente opera di studiosi esterni che, forse proprio perché liberi da ogni forma di condizionamento e di conservatorismo “ideologico” si dedicarono con entusiasmo e spirito innovatore alla ricerca sul quel periodo di transizione, drammatico e contraddittorio, in cui sulle ceneri di un Rinascimento uscito in pezzi sotto i colpi della Controriforma Tridentina e delle guerre di religione, lentamente fermentarono quelle idee di libertà e tolleranza che saranno poi alla base della ripresa illuministica e dell’Europa moderna.
Idee veicolate da uomini e club (spesso segreti per sfuggire alla persecuzione della Chiesa e dei principi) che in larga parte ritroveremo poi nel processo, estremamente complesso e sfaccettato, che porterà nel 1717 alla creazione della Gran Loggia d’Inghilterra.
Un cambiamento di prospettiva dovuto soprattutto agli studi pionieristici di Frances A. Yates (1899-1981), prestigiosa ricercatrice dell’Università di Londra e dell’Istituto Warburg, che a partire dalla fine degli anni ’50 si dedicò interamente allo studio degli effetti di lungo periodo della filosofia rinascimentale (la cosiddetta magia naturalis) sulla cultura del Seicento. Una dopo l’altra videro in pochi anni la luce opere di grande respiro che rivoluzionarono lo stato degli studi, a partire da “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” (1964), a “L’arte della memoria” (1966) e “Theatrum Orbis” (1969), per culminare poi nel fondamentale“L’illuminismo dei Rosa Croce” (1972) un vero punto di svolta nella ricerca sull’underground esoterico tardo-rinascimentale.
Nelle sue opere la Yates colloca il pensiero di Giordano Bruno all’origine della filosofia di John Dee (il Prospero shakespeariano) figura centrale della cultura elisabettiana e dunque dei manifesti rosacrociani (che Dee influenzò moltissimo) e infine della Massoneria:
“Verso la fine del sedicesimo secolo – scrive nel suo Giordano Bruno e la tradizione ermetica – c’erano uomini che consideravano l’ermetismo religioso un modo per giungere alla tolleranza o all’unione delle diverse sette in lotta tra loro… C’erano molte varietà di ermetismo cristiano, cattoliche e protestanti, la maggior parte delle quali tendeva, però, ad evitare la magia. E poi arriva Giordano Bruno, declamando un ermetismo egizio pienamente magico, predicando una sorta di Controriforma Egizia, profetizzando il ritorno all’egizianesimo in cui tutte le difficoltà religiose spariranno in una qualche nuova soluzione; predicando anche una riforma morale con un’enfasi particolare sulle opere buone socialmente e su un’etica di utilità sociale… Dove c’è una tale combinazione di tolleranza religiosa, legame emotivo con il passato medievale, enfasi sulle opere buone per gli altri e attaccamento intellettuale alla religione e al simbolismo degli Egiziani? L’unica risposta a cui sono capace di pensare è: la Massoneria”.
Dunque, per la studiosa inglese, Giordano Bruno diventa punto di snodo fra i più significativi fra momenti, figure e percorsi collettivi nell’Europa a cavallo dei secoli XVI e XVII. Un insieme di fiumi carsici che scorrono in superficie per poi inabissarsi (e come i Rosa Croce divenire invisibili) per riapparire poi alla luce agli inizi del Settecento e confluire nel grande alveo della Massoneria inglese in piena trasformazione “speculativa”.
Una chiave interpretativa subito impostasi e ripresa e continuata dall’americana Margaret Jacob e recentemente dalla giovanissima studiosa italiana Vittoria Feola, autrice di un’affascinante ricerca sulle origini e gli sviluppi della Massoneria in età moderna.
Giordano Bruno in Inghilterra
 
Proveniente dalla corte di Enrico III di Francia, Bruno arrivò in Inghilterra (per insegnare a Oxford) nel 1583 e vi si fermò due anni. Un periodo breve, ma intenso, sufficiente a segnare in profondità la cultura inglese del tempo.
Non è questa la sede per trattare il tema della filosofia bruniana, basterà accennare all’influsso profondo sulla cultura (inglese e più in generale europea) di opere come lo Spaccio della bestia trionfante, scritta proprio per gli amici inglesi e pubblicata nel 1585, in cui si auspicava il recupero in funzione antipapale dell’antica unità spirituale europea al di sopra dei conflitti religiosi che insanguinavano il continente.
Ma quello che lasciò probabilmente le tracce più profonde fu l’arte della memoria che Bruno aveva sviluppato su basi ermetiche. Perché, come scrive Vittoria Feola, riprendendo le conclusioni a cui erano giunte precedentemente sia Yates che Jacob:
“L’arte della memoria [di Bruno]andò in Scozia ed entrò, senza più uscirne, nelle logge massoniche, mentre, in Inghilterra, essa influenzò quei teatri costruiti seguendo le indicazioni di John Dee; la sua cosmografia penetrò nel Gresham College di Londra, nel quale si formarono i fondatori della Royal Society, quasi tutti massoni”.
Giordano Bruno e la Massoneria scozzese
 
Vediamo ora come le teorie di Bruno arrivarono nelle logge scozzesi. Fondamentale a questo proposito è l’opera di un ricercatore dell’Università di Edimburgo, David Stevenson,, che sulla base di numerosissime fonti sostiene che fu in Scozia e non in Inghilterra che iniziò il processo di trasformazione della Massoneria da operativa a speculativa.
In un libro, di grandissimo spessore culturale e storico, The Origins of Freemasonry, Scotland’s Century 1590-1710, Stevenson anticipa in Scozia di oltre un secolo:
1)l’uso della parola “loggia” nel significato massonico attuale; 2) il primo tentativo di organizzazione nazionale delle logge; 3) la presenza diffusa di massoni non operativi; 4) i riferimenti a una Mason Word con relativi catechismi 5) il progressivo emergere di un terzo grado; 6) la connessione delle logge con idee filosofiche ed etiche provenienti dal mondo profano.
Proprio su questo ultimo punto si innesta il ruolo determinante svolto dal pensiero di Giordano Bruno. Stevenson dimostra come già dalla fine del Cinquecento per farsi ammettere in una loggia venisse richiesta una “prova di memoria e arte della corporazione” e come l’intero insegnamento simbolico-rituale dovesse essere tramandato a memoria, vietandone i regolamenti ogni forma scritta o incisa. Da qui, con la crescita dell’Istituzione dovuta al suo organizzarsi in una Gran Loggia centralizzata, la necessità dell’introduzione e dell’uso di sofisticate tecniche di memoria.
Centrale in questo processo fu la figura di William Schaw, Maestro delle opere del re, Maestro delle Cerimonie e Praefectum Architecturae, che, seguace dell’ermetismo mistico e riformatore del tardo Rinascimento, si affidò a Alexander Dicson, amico intimo e fedelissimo seguace di Giordano Bruno, molto attivo alla corte degli Stuart. A Schaw non interessava una semplice tecnica di memoria, ma qualcosa di più. Quello che desiderava era una tecnica più sofisticata e filosoficamente fondata, imperniata su una visione magico-religiosa del cosmo e l’arte della memoria di Bruno era quanto di meglio si potesse trovare.
Non si può essere del tutto certi che Schaw introdusse per primo l’arte della memoria nella Massoneria scozzese. Ci sono nei documenti citati richiami a pratiche più antiche. Certo è che questa appare come dovere nel 1599 e che Schaw aveva in mente come preciso riferimento l’opera di Giordano Bruno. Due evidenze sufficienti a dimostrare scientificamente il collegamento tra la Massoneria moderna e la visione ermetica (e magica) del mondo elaborata da Bruno e a elevare il filosofo da riferimento identitario dei massoni italiani a una delle fonti ispiratrici della Massoneria universale