Consacrazione dello spazio

da: Mircea Eliade, Lo spazio sacro: tempio, palazzo, “centro del mondo”, 1949
 
Consacrazione dello spazio
In realtà il luogo non è mai “scelto” dall’uomo, è soltanto “scoperto” [Van der Leeuw]; in altre parole, lo spazio sacro SI RIVELA a lui in un modo o nell’altro. La “rivelazione” non avviene necessariamente per il tramite di forme ierofaniche dirette (QUELLO spazio, QUELLA sorgente, QUELL’albero, eccetera), è ottenuta talvolta per mezzo di una tecnica tradizionale, nata da un sistema cosmologico e basata su di esso. L’“orientatio” è uno dei procedimenti usati per “scoprire” i luoghi.
Evidentemente, come ora vedremo, non sono i santuari soltanto a esigere la consacrazione di uno spazio, anche la costruzione di una casa implica una trasfigurazione analoga dello spazio profano. Ma, in ogni caso, il luogo è regolarmente indicato da qualche cosa di DIVERSO, sia che si tratti di una ierofania folgorante, o dei principi cosmologici che fondano l’orientazione e la geomanzia o anche, nella sua forma più semplice, di un “segno” carico di qualche ierofania, quasi sempre un animale. Sartori ha riunito un’abbondante documentazione [Sartori] sulla convalida, per mezzo di segni animali, dell’area destinata a un insediamento umano. La presenza o l’assenza di formiche, di topi, eccetera è considerata segno ierofanico decisivo. Talvolta si lascia libero un animale domestico, per esempio un toro; dopo qualche giorno si ricerca, e viene sacrificato nel luogo stesso ove fu trovato; in quel punto dove sorgerà la città.
«Tutti i santuari sono consacrati da una teofania», scriveva Robertson Smith [W.R. Smith]. Ma la sua osservazione non va presa in senso limitativo, e si deve estendere alle dimore degli eremiti o dei santi e, in generale, a ogni abitazione umana. «Secondo la leggenda, il marabutto che fondò el-Hemel alla fine del sedicesimo secolo, si fermò per passare la notte accanto alla sorgente, e piantò un bastone per terra. L’indomani, volendolo riprendere per continuare il cammino, trovò che il bastone aveva messo radice ed erano spuntate delle gemme. Vide, in questo, l’indizio della volontà di Dio, e stabilì la sua dimora in quel luogo» [R. Basset]. Alla loro volta i luoghi ove i santi sono vissuti, hanno pregato o furono sepolti, sono santificati e quindi separati dallo spazio profano circostante con un recinto o uno sbarramento di sassi [cfr. Westermarck]. Abbiamo già incontrato [paragrafo 75] gli stessi mucchi di sassi nel punto ove qualcuno è perito di morte violenta (fulmine, morso di serpente, eccetera); in questo caso la “morte violenta” ha valore di cratofania o di ierofania.
Il recinto, il muro o il cerchio di sassi che racchiudono lo spazio sacro sono le più antiche strutture architettoniche note dei santuari. Compaiono già nelle civiltà proto-indiane (ad esempio a Mohenjo-Dato, confronta paragrafo 97) ed egee [cfr. A.W. Persson]. La recinzione non implica e non significa soltanto la presenza continuata di una cratofania o di una ierofania entro il recinto, ha anche lo scopo di tutelare il profano dal pericolo cui si esporrebbe penetrandovi senza avvedersene. Il sacro è sempre pericoloso per chi entra con esso in contatto senza preparazione, senza aver compiuto i “movimenti d’approccio” richiesti da qualsiasi atto religioso. «Non ti avvicinare sin qui – dice il Signore a Mosè – scalzati i piedi, perché il luogo dove ti trovi è terra santa!» [“Esodo” 3,5]. Indi gli innumerevoli riti e prescrizioni (piedi nudi, eccetera) per l’ingresso nel tempio, attestati frequentemente sia per i Semiti che per gli altri popoli mediterranei [Picard]. L’importanza rituale della soglia del tempio o della casa [cfr. Frazer], quali che siano le valorizzazioni e le interpretazioni diverse ricevute nel corso dei secoli, si spiega nello stesso modo, con la funzione separatrice dei limiti che abbiamo definito.
Lo stesso avviene per le mura delle città: prima di essere opere militari, sono una difesa magica, perché in mezzo a uno spazio “caotico”, popolato di demoni e di larve (si veda più avanti) delimitano un cuneo, uno spazio organizzato, “cosmizzato”, cioè fornito di un “centro”. Così si spiega che in momenti critici (assedio, epidemia) tutta la popolazione si riunisce per circondare con una processione le mura della città-stato, rinforzando la loro qualità di limite e di baluardo magico-religioso. Questo accerchiamento processionale della città, con tutto il suo apparato di reliquie, di ceri, eccetera, assume talvolta una forma magico-simbolica: si offre al santo patrono della città un cero di lunghezza eguale al perimetro delle mura. Tutte queste pratiche difensive erano molto diffuse nel medioevo [cfr. Saintyves]. Ma si ritrovano anche in altre epoche e in altri ambienti. Nell’India del nord, ad esempio, in periodi di epidemia di segna intorno al villaggio un circolo destinato a vietare ai demoni della malattia la penetrazione del recinto [Crooke]. Il “cerchio magico”, tanto apprezzato in molti rituali magico-religiosi, ha anzitutto lo scopo di separare due spazi eterogenei.